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quando uno è genio è genio

liberamentemonete&radici

in questo disegnino ci sono 3 scritte
spieghiamo le 3 scritte:

LiberaMente > vecchio e scontato gioco di parole, comunque carino, rappresenta la dichiarazione del voler esprimere in forma libera ciò che provavo disegnando

IL POTERE E IL DENARO > chi ha soldi ha potere, potere di aquisto ma non solo.
potere di comprarsi una maglietta,
di laurearsi in medicina,
di dormire sotto un tetto e lavarsi tutti i giorni
di accedere a internet
di comprarsi le donne attratte dai soldi o da quello che essi possono comprare
di comprarsi ogni genere di uomo disposto a vendersi per denaro,
e alcuni uomini sono uomini capaci, influenti, potenti,
alcuni sono editori, alcuni scrittori, alcuni sono veri e propri geni.
chi ha soldi può mettere ogni genere di competenze al proprio servizio.
può mettere tutti i cervelli disposti a vendersi per denaro al proprio servizio.
e gli uomini disposti a vendersi per denaro riguardano ogni genere di competenza.
poi può mettere insieme cervelli, scrittori e editori e diffondere le proprie idee a macchia d’olio, e comprarsi un’opinione pubblica e un consenso popolare tutti suoi.
alcuni uomini politici sono in vendita, sono i cosiddetti politici corrotti.
gli uomini politici fanno le leggi.
chi ha soldi può arrivare a esercitare potere sulle leggi.
il potere d’acquisto dei soldi ha infiltrato il potere sociale,
questo è il potere sociale derivato direttamente dai soldi.

il potere dei soldi valica i confini delle singole persone: gli stati con più soldi sono gli stati che godono di maggiore considerazione per l’opinione pubblica.
basta pensare a quante cose sapete dell’america, della francia, dell’inghilterra, e quante ne sapete dell’etiopia, della romania, del ghana (come si scrive?..). gli stessi turisti rumeni non valgono quanto quelli americani: i turisti rumeni sono turisti di serie B.
per i commercianti certo, ma non solo.

il potere attribuito ai soldi è eccessivo, perché non è detto che chi ha soldi sia capace di gestire il potere sociale nel modo migliore per la società.
qualcuno in questi giorni ha parlato di meritocrazia.
in base a questa, per esempio, il potere sociale dovrebbe essere dato in mano agli uomini in grado di usarlo al meglio per la società.
questo genere di meritocrazia non è molto diffusa, in quasi nessun ambiente.
d’altra parte chi definisce quali sono i meriti? quali sono i criteri che stabiliscono che uno è meritevole e un altro no?
quello di avere soldi è uno dei meriti della meritocrazia vigente ai nostri giorni.
non è il solo certo, per quanto uno dei più potenti, se non il più potente: ci sono altri generi di corruzione che non passano per il denaro corrente. ci sono le amicizie politiche, la svendita dei voti, e altri generi di “meriti” che attribuiscono potere sociale.

il criterio di attribuzione del potere nella società è da rivedere alle radici.

DUBITARE DELLE RADICI > questo è da riferirsi al discorso precedente, certo, ma non solo.
riguarda il porsi domande su tutto ciò che diamo per scontato, su ciò che è di base per i nostri ragionamenti, per i nostri giudizi. riguarda il dubitare dei “meriti” alla base della meritocrazia dei nostri giorni, riguarda il dubitare i nostri stessi princìpi.
Le parole “corretto”, “giusto”, “sbagliato”, “buono”, “cattivo”, “migliore”, “peggiore”, sono il metro con cui giudichiamo le cose che ci si pongono davanti, sono cioè l’espressione di ciò che ci permette di scegliere fra più cose.
ma chi definisce queste parole, chi decide che cosa è meglio, peggio, giusto, sbagliato, corretto, buono, cattivo?
sono i nostri princìpi, i princìpi che abbiamo, che danno un significato a queste parole. se una cosa è conforme a un nostro principio, è buona, se non lo è, è cattiva.
ma da dove vengono questi princìpi? sono forse assoluti?
dovrebbero esserlo, se si parla di bene e male. ma non è affatto detto che sia così.
certe volte vengono da dentro di noi e basta: lo sai da te che il dolore fa male, perché il tuo organismo è fatto così: se metti il pene sotto a una ruspa ti fa male. non è che te l’hanno dovuto dire: “oh guarda, ti fa male il pene” “ah cavolo, è vero, lo levo subito!”, queste cose le sai e basta.
altre volte però non sono così innate, e in questo caso i princìpi ci vengono dati da qualcuno.
ma chi ci dice che questi princìpi siano quelli giusti?
e poi, giusti per chi?
in assoluto? per me? per te?

in teoria, i princìpi sono giusti a priori, per assunto.
e questo andrebbe anche bene, se non fosse che la gente crede in princìpi diversi anche in contrasto gli uni con gli altri e per i quali si è sparso e si sparge tuttora sangue:
ovviamente se i miei princìpi sono giusti, i tuoi, se contrastano coi miei, non possono che essere sbagliati. e se tu valuti quello che è buono e cattivo sulla base di princìpi sbagliati, valuterai male, e potrai scambiare quello che è buono per cattivo e viceversa. per cui, ai miei occhi, diventerai cattivo. e in certi casi, potrei perfino ammazzarti.
tuttavia, generalmente, non è necessario ammazzarti, mi basta pensare che tu sia in errore. per fare un esempio, se io sono cristiano e tu induista, alcune cose le dirai in accordo con me altre in disaccordo, e su quelle in disaccordo, ovviamente tu sbagli e io ho ragione. però non è che per questo ti ammazzo: mi basta pensare che tu sia in errore, che tanto esiste il perdono, e te la cavi così; o che tu non abbia ancora ricevuto la grazia di conoscere la Verità, che è solo Dio a concederla e te la concederà quando lo riterrà giusto. Sì perché è Dio che mi ha dato i miei princìpi, a differenza dei tuoi a te. Così mi metto al sicuro. In fondo, questo stesso è un mio princìpio, forse il più importante di tutti: i miei princìpi non si toccano.

Insomma, ognuno di noi valuta ciò che è giusto e sbagliato in base ad alcuni criteri più o meno acquisiti, una legge interiore che reputiamo superiore a qualunque cosa, perfino a noi stessi, al punto che le persone che ammiriamo di più sono quelle che sono giunte a morire per i propri ideali (meglio se i nostri).
come potremmo mai dubitare dei nostri stessi princìpi, delle stesse radici della nostra morale?
eppure, qualcuno lo dovrà pur fare: non io certo, ma tu, che sbagli, lo dovresti fare! eccome se lo dovresti fare!

DUBITARE DELLE RADICI vuol dire chiedersi se gli stessi criteri che utilizziamo per dare giudizi e effettuare delle scelte sono giusti oppure sbagliati.
io credo che ciascuno di noi dovrebbe dubitare delle proprie radici, e chiedersi se gli altri non abbiano – magari sotto un punto di vista che prima neppure sospettavamo – tanta ragione quanto noi.
dubitare delle proprie radici, dei propri principi quindi.
tuttavia se sono i princìpi a definire cosa è giusto e cosa è sbagliato, come possiamo chiederci se essi siano giusti oppure sbagliati?
in base a cosa potremmo dire che i nostri princìpi ossia tutto ciò in cui noi crediamo è giusto oppure sbagliato? quali criteri ci permettono di valutare se i criteri con cui valutiamo ciò che è buono e cattivo sono buoni o cattivi?
in questa maniera tutto potrebbe crollare sotto ai propri piedi, e noi stessi saremmo i manovratori della vanga che ne sarebbe responsabile.

per il momento, basta così.

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È CALDAMENTE CONSIGLIATO PERMETTERSI DI FARE ERRORI!

Questo sito in perenne modifica si propone di fare e dire tante cose e quindi si suppone che tante volte sbaglierà. La creatività presuppone la libertà di fallire, il cambiamento sociale anche. Un richiamo a questo concetto (e a molti altri) si trova anche in questo bel video qua! Permettersi di fare errori è forse il miglior modo per correggerli. Dato poi che di errori ne faccio tanti e che il mio pensiero è perennemente in evoluzione, non è difficile che al termine di un mio post possiate incontrare un aggiornamento scritto in rosso. Siete caldissimamente invitati a esporre critiche dubbi consensi e quant'altro di civilmente espresso al fine di contribuire all'aggiornamento e al perfezionamento dei miei pensieri! GRAZIE!!!

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