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come ormai è mia consuetudine fare, userò facebook per riportare alcuni pensieri qui sul blog,
facebook che, ricordiamolo, ha i grandi meriti di favorire interconnessioni fra le persone – essendo un social network – e di ospitarne effettivamente
tante, di persone…
ma anche l’enorme demerito di essere un social network “chiuso”, in cui tutto – comprese tutte le cose a cui tenete di più – è proprietà privata dei proprietari dell’azienda (bill gates per es. pare sia il proprietario di un 5% di FB), forse in parte compresi i diritti degli individui.
in attesa della morte di facebook in favore di un social network di massa più aperto, possiamo comunque di buon grado utilizzarlo per le sue buone qualità, per esempio sfruttandolo come spunto per i miei
post (questa volta non ho copiato pari pari dalla discussione, ho apportato delle aggiunte al mio discorso):



Vito Roccia la moda è il frutto dell’ ignoranza, grazie alla quale l’ individuo cessa di pensare con la propria testa per aggrapparsi a ideali forti e affascinanti, con la speranza di sentirsi parte di qualcosa di grande e acquisire così sicurezza, ma rinunciando alla propria individualità, che a mio avviso, insieme alla capacità di dare amore e la libertà di pensiero, la cosa più preziosa che l’ essere umano possiede.

 
A Morgan Shazz piace questo elemento.
Sandro Puggelli alle 12.27 del 02 giugno
“moda” però è solo una parola,
bisogna mettersi d’accordo su cosa significa.
tutti i miei discorsi sulle mode sono una provocazione per cercare di sviluppare coscienza critica in me e in chi li legge, e si basano tutti su un fatto vero:
molte volte siamo dei pecoroni che seguono mode che se sapessero davvero che cosa significano non le seguirebbero affatto.
è questo quello che credo tu intenda per “moda”, e lo condivido.
Fabio Volo con una telefonata ad uno che gli aveva scritto dandogli del “comunista” mostra molto bene questo fenomeno per cui qualcosa diventa di moda (come per es. dare del comunista, o del fascista, a chi non la pensa come te) e l’importanza del senso critico:

in questo senso “seguire le mode” si rifà a una mentalità approssimativa, quella per cui qualcuno fa qualcosa attorno a te – che non importa che sia così ganzo basta che provenga dall’ambiente a cui tu attribuisci l’autorità di insegnarti come si vive – e tu cominci a rifarlo per sentirti parte del mondo, il tuo mondo.
per saper vivere bene insomma.

però bisogna stare attenti
questo meccanismo non è sbagliato a priori.. io non vorrei banalizzare il problema… “moda” è la parola che ho usato per esprimere l’aspetto negativo di un qualcosa di naturale, e che ci deve essere e che è indispensabile per imparare a vivere,
questo qualcosa di naturale si chiama “apprendimento” e di fatto si basa almeno in gran parte niente meno che sul copiare le cose che vedi: ci sono proprio dei neuroni particolari che si chiamano neuroni a specchio che hanno il compito di fare questo, anche se non so se tale meccanismo si esaurisce con essi.

è un meccanismo grandioso, che permette a un bambino appena nato di apprendere tutto quello che te sai fare oggi

questo apprendimento è un qualcosa che va al di là delle parole “individualità” e “moda”: è un metterci in relazione col mondo in 2 sensi: dal mondo verso di noi e da noi verso di lui, sfumando nettamente il limite nel mezzo.
è alla fine semplicemente un fenomeno che ci unisce alla nostra più profonda realtà dell’essere una cosa sola con le cose che ci stanno intorno:
quello per cui rielaboriamo gli “imput” che provengono dal mondo ed esterniamo “output” in seguito alla nostra particolare rielaborazione delle cose, e magari all’aggiunta di qualcosa di completamente nostro.

ciò che intendo per “moda” è l’aspetto negativo di questa cosa meravigliosa, quello che si ha quando manca la criticità

ma moda per qualcuno è una cosa meravigliosa, è arte
io non sono contro quel genere di moda, quell’arte…
andare contro la moda a tutti i costi è da “fricchettoni”, da “quelli che non hanno schemi”
da persone insomma perfettamente inquadrabili nello schema di chi rifiuta gli schemi, in etichette.

invece il discorso è più fine, più sottile

lasciamo perdere di voler essere originali per forza
io sono contro la mancanza di critica nei confronti dei propri valori
nei confronti anche della cosiddetta moda,
ma non in sé e per sé contro la moda.

e anche cosa voglia dire essere critici non è una barzelletta
non vuol dire essere dubbiosi di tutto,
“criticare tutto”, cercare sempre il pelo nell’uovo,
vivere con l’ansia di sapere se quello che si fa è giusto o sbagliato…
è forse piuttosto il chiedersi cosa di una certa esperienza faccia per noi,
qual è l’aspetto di quella cosa comune che meglio si sposa con la nostra individualità

ecco, l’integrazione fra questa “individualità” del libero pensiero e questa “collettività” delle mode è la cosa da ricercare, secondo me.

bisogna far sposare al meglio le 2 cose, senza che vi sia né l’alternativismo a tutti i costi né la pelandronaggine del seguire le mode

è una questione di stile
bisogna avere un certo stile
verso la vita

è lo stile


questo è il video di “Quando è moda è moda” più gettonato su YouTube, ieri avevo pubblicato l’altra versione.

a proposito di questa canzone e del suo autore ho trovato nella rete una lettera molto interessante scritta da Majid Valcarenghi al suo amico Giorgio Gaber: “Siamo tutti polli di allevamento

voglio citare questo pezzo:

[…] Certo, quella sera tu mi hai detto: la moda consuma, trasforma. E io aggiungo deforma, trasfigura, corrode, mangia vivo come il cancro…
Ma non mi hai detto che dietro la moda ci sono i bisogni su cui la moda s’innesta,
si attacca, cresce e si moltiplica. Se non ci fossero i bisogni reali, non avrebbe probabilmente vita facile la moda.
Per i jeans il bisogno reale era un modo più comodo e sportivo di vestirsi per sostituire la giacca e la piega. Su questo bisogno reale industria, pubblicità, mass media hanno fatto sì che un prodotto povero per chi aveva pochi soldi, assumesse l’immagine di una scelta chic fino a far diventare di moda sembrare poveri e trasandati. Ma è certo che I’uso che noi abbiamo fatto dei jeans è diverso da chi è stato spinto dalla moda. Una riprova quindi del nostro “Non importa cosa ma importa come”.
Così quando dici “non sono più compagno” io ho sentito un’emozione fortissima perché anch’io tante volte ho sentito usare “alla moda” il termine compagno, usato come un titolo onorifico non diverso dall’Ing. o dal Rag. Tibiletti. Questo è il compagno Tibiletti. Mi veniva da dire scusa, compagno di chi? NelIe nuove generazioni affibbiare il titolo di compagno al primo che incontri è normale come dare del fascista o del qualunquista a chi rifiuta questa moda oscena. Perché è chiaro: o uno è compagno o fascista, o qualunquista. Non si scappa. E invece tu scappi e io scappo. […]

e anch’io scappo.

liberamentemonete&radici

in questo disegnino ci sono 3 scritte
spieghiamo le 3 scritte:

LiberaMente > vecchio e scontato gioco di parole, comunque carino, rappresenta la dichiarazione del voler esprimere in forma libera ciò che provavo disegnando

IL POTERE E IL DENARO > chi ha soldi ha potere, potere di aquisto ma non solo.
potere di comprarsi una maglietta,
di laurearsi in medicina,
di dormire sotto un tetto e lavarsi tutti i giorni
di accedere a internet
di comprarsi le donne attratte dai soldi o da quello che essi possono comprare
di comprarsi ogni genere di uomo disposto a vendersi per denaro,
e alcuni uomini sono uomini capaci, influenti, potenti,
alcuni sono editori, alcuni scrittori, alcuni sono veri e propri geni.
chi ha soldi può mettere ogni genere di competenze al proprio servizio.
può mettere tutti i cervelli disposti a vendersi per denaro al proprio servizio.
e gli uomini disposti a vendersi per denaro riguardano ogni genere di competenza.
poi può mettere insieme cervelli, scrittori e editori e diffondere le proprie idee a macchia d’olio, e comprarsi un’opinione pubblica e un consenso popolare tutti suoi.
alcuni uomini politici sono in vendita, sono i cosiddetti politici corrotti.
gli uomini politici fanno le leggi.
chi ha soldi può arrivare a esercitare potere sulle leggi.
il potere d’acquisto dei soldi ha infiltrato il potere sociale,
questo è il potere sociale derivato direttamente dai soldi.

il potere dei soldi valica i confini delle singole persone: gli stati con più soldi sono gli stati che godono di maggiore considerazione per l’opinione pubblica.
basta pensare a quante cose sapete dell’america, della francia, dell’inghilterra, e quante ne sapete dell’etiopia, della romania, del ghana (come si scrive?..). gli stessi turisti rumeni non valgono quanto quelli americani: i turisti rumeni sono turisti di serie B.
per i commercianti certo, ma non solo.

il potere attribuito ai soldi è eccessivo, perché non è detto che chi ha soldi sia capace di gestire il potere sociale nel modo migliore per la società.
qualcuno in questi giorni ha parlato di meritocrazia.
in base a questa, per esempio, il potere sociale dovrebbe essere dato in mano agli uomini in grado di usarlo al meglio per la società.
questo genere di meritocrazia non è molto diffusa, in quasi nessun ambiente.
d’altra parte chi definisce quali sono i meriti? quali sono i criteri che stabiliscono che uno è meritevole e un altro no?
quello di avere soldi è uno dei meriti della meritocrazia vigente ai nostri giorni.
non è il solo certo, per quanto uno dei più potenti, se non il più potente: ci sono altri generi di corruzione che non passano per il denaro corrente. ci sono le amicizie politiche, la svendita dei voti, e altri generi di “meriti” che attribuiscono potere sociale.

il criterio di attribuzione del potere nella società è da rivedere alle radici.

DUBITARE DELLE RADICI > questo è da riferirsi al discorso precedente, certo, ma non solo.
riguarda il porsi domande su tutto ciò che diamo per scontato, su ciò che è di base per i nostri ragionamenti, per i nostri giudizi. riguarda il dubitare dei “meriti” alla base della meritocrazia dei nostri giorni, riguarda il dubitare i nostri stessi princìpi.
Le parole “corretto”, “giusto”, “sbagliato”, “buono”, “cattivo”, “migliore”, “peggiore”, sono il metro con cui giudichiamo le cose che ci si pongono davanti, sono cioè l’espressione di ciò che ci permette di scegliere fra più cose.
ma chi definisce queste parole, chi decide che cosa è meglio, peggio, giusto, sbagliato, corretto, buono, cattivo?
sono i nostri princìpi, i princìpi che abbiamo, che danno un significato a queste parole. se una cosa è conforme a un nostro principio, è buona, se non lo è, è cattiva.
ma da dove vengono questi princìpi? sono forse assoluti?
dovrebbero esserlo, se si parla di bene e male. ma non è affatto detto che sia così.
certe volte vengono da dentro di noi e basta: lo sai da te che il dolore fa male, perché il tuo organismo è fatto così: se metti il pene sotto a una ruspa ti fa male. non è che te l’hanno dovuto dire: “oh guarda, ti fa male il pene” “ah cavolo, è vero, lo levo subito!”, queste cose le sai e basta.
altre volte però non sono così innate, e in questo caso i princìpi ci vengono dati da qualcuno.
ma chi ci dice che questi princìpi siano quelli giusti?
e poi, giusti per chi?
in assoluto? per me? per te?

in teoria, i princìpi sono giusti a priori, per assunto.
e questo andrebbe anche bene, se non fosse che la gente crede in princìpi diversi anche in contrasto gli uni con gli altri e per i quali si è sparso e si sparge tuttora sangue:
ovviamente se i miei princìpi sono giusti, i tuoi, se contrastano coi miei, non possono che essere sbagliati. e se tu valuti quello che è buono e cattivo sulla base di princìpi sbagliati, valuterai male, e potrai scambiare quello che è buono per cattivo e viceversa. per cui, ai miei occhi, diventerai cattivo. e in certi casi, potrei perfino ammazzarti.
tuttavia, generalmente, non è necessario ammazzarti, mi basta pensare che tu sia in errore. per fare un esempio, se io sono cristiano e tu induista, alcune cose le dirai in accordo con me altre in disaccordo, e su quelle in disaccordo, ovviamente tu sbagli e io ho ragione. però non è che per questo ti ammazzo: mi basta pensare che tu sia in errore, che tanto esiste il perdono, e te la cavi così; o che tu non abbia ancora ricevuto la grazia di conoscere la Verità, che è solo Dio a concederla e te la concederà quando lo riterrà giusto. Sì perché è Dio che mi ha dato i miei princìpi, a differenza dei tuoi a te. Così mi metto al sicuro. In fondo, questo stesso è un mio princìpio, forse il più importante di tutti: i miei princìpi non si toccano.

Insomma, ognuno di noi valuta ciò che è giusto e sbagliato in base ad alcuni criteri più o meno acquisiti, una legge interiore che reputiamo superiore a qualunque cosa, perfino a noi stessi, al punto che le persone che ammiriamo di più sono quelle che sono giunte a morire per i propri ideali (meglio se i nostri).
come potremmo mai dubitare dei nostri stessi princìpi, delle stesse radici della nostra morale?
eppure, qualcuno lo dovrà pur fare: non io certo, ma tu, che sbagli, lo dovresti fare! eccome se lo dovresti fare!

DUBITARE DELLE RADICI vuol dire chiedersi se gli stessi criteri che utilizziamo per dare giudizi e effettuare delle scelte sono giusti oppure sbagliati.
io credo che ciascuno di noi dovrebbe dubitare delle proprie radici, e chiedersi se gli altri non abbiano – magari sotto un punto di vista che prima neppure sospettavamo – tanta ragione quanto noi.
dubitare delle proprie radici, dei propri principi quindi.
tuttavia se sono i princìpi a definire cosa è giusto e cosa è sbagliato, come possiamo chiederci se essi siano giusti oppure sbagliati?
in base a cosa potremmo dire che i nostri princìpi ossia tutto ciò in cui noi crediamo è giusto oppure sbagliato? quali criteri ci permettono di valutare se i criteri con cui valutiamo ciò che è buono e cattivo sono buoni o cattivi?
in questa maniera tutto potrebbe crollare sotto ai propri piedi, e noi stessi saremmo i manovratori della vanga che ne sarebbe responsabile.

per il momento, basta così.

Nel cambiamento sociale intendo: per vivere in un mondo giusto e ganzo, bisogna rifare le cose proprio dall’inizio o invece basta migliorare un po’ quello che già c’è?

Bèh ovviamente dipende da cosa a cosa, tuttavia, come linea generale, per me, questo problema, non bisognerebbe neanche farselo.

Bisognerebbe levarsi dalla testa di voler essere rivoluzionari o di voler essere moderati; di voler essere polemici o di voler essere accondiscendenti; di voler cambiare per forza la società alle radici o di volerne mantenere lo scheletro e cambiarne solo alcune componenti;
e dedicarsi piuttosto a definire in quale tipo di società vorremmo vivere. Pezzo per pezzo. Oppure nell’insieme, poco importa.

Se non c’è assolutamente bisogno che i cambiamenti siano rivoluzionari e ultraprogressisti, non c’è nemmeno bisogno che non lo siano.

Non esiste una soluzione valida per tutti, perché dovrebbe esistere una scuola – per fare un esempio di una istituzione sociale qualsiasi – buona per tutti?
Alcuni sentono il bisogno di stravolgerla in profondità, altri di mantenerla quasi uguale a quella che è ora,
io credo che entrambi abbiano ragione.

Vale la stessa cosa per il mondo intero:
potete dire che non ci siano un sacco di cose meravigliose, che vanno preservate, che davvero sono l’espressione della parte più positiva delle persone? (chennesò: internet, i parchi pubblici, la permacultura, le ONLUS, la generosità, la medicina, quello che vi pare)
potete dire che alcune cose invece non le eliminereste definitivamente? (la guerra, gli sfruttamenti, gli schiavi, ecc.)
potete inoltre dire che non avete dei sogni che non esistono nel mondo attuale e che vorreste intensamente che fossero veri?

un vero rivoluzionario sociale per me è quello che porta dentro di sé tutte queste cose assieme, non quello che smantella tutto e poi rifà diverso. quello semmai è un dittatore, uno che o vuole mantenere tutto come è o vuole cambiare tutto come gli pare a lui. il vero rivoluzionario è quello che si sa criticare, quello con 2 palle così che si trova a muoversi in mezzo al paradosso di voler mantenere e smantellare una stessa istituzione, è quello che dopo di lui il mondo è drasticamente cambiato, ma senza soluzioni di continuità; oppure è cambiato poco, ma lo si sente nell’aria.

Poi alla fine boh, un vero rivoluzionario non dà retta nemmeno a ‘ste fregnacce.

Chennesò.

C’avevo voglia di postare qualche cosa.

tutto-o-pochinino

Mu.

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